giovedì 3 agosto 2023

BURQA QUEEN di Barbara Schiavulli

 BURQA QUEEN di Barbara Schiavulli

Ho appena finito di leggere un libro sulla storia della Cina che narra tra l’altro di immense stragi, addirittura del genocidio di uno sconosciuto popolo dell’Asia centrale. Si legge di trecentomila morti con l’interesse del curioso di storia, senza particolari emozioni se non un moto di stupore. Ma quando i libri, e lo sanno fare, riescono a farci identificare la persona che sta soffrendo, a volte la lettura diventa insostenibile, o per l’egoismo che ci fa rimanere nel recinto della comfort zone la si evita. E io sono quel lettore.

Quindi non è naturale per me aver scelto di leggere il libro di Barbara Schiavulli che racconta di tre donne che vivono sulla loro pelle e giocandosi il loro futuro il ritorno al potere dei Talebani in Afghanistan

(abstract dal Sistema Bibliotecario:La storia di tre donne dopo la riconquista del potere dei talebani in Afghanistan. Layla, Faruz e Farida, sono una giovane sposa, un'ex poliziotta e un'ex insegnante travolte dalle nuove regole del regime e immerse in una violenza senza precedenti da quando l'Occidente ha voltato le spalle alle donne afghane. Per 20 anni si erano rimboccate le maniche per costruire una società civile, ora uccisa, evacuata o nascosta. Le tre arrancano per sopravvivere un giorno dopo l'altro immerse nella disperazione di un genere che gli estremisti stanno cercando di cancellare. Hanno capito che ci sono solo due alternative: soccombere o reagire)

Ho voluto leggere questo libro di Barbara Schiavulli per diversi motivi, per il suo modo di fare giornalismo, sul posto, camminando sulle stesse strade di chi entra nel suo raccontare, per la Radio che dirige (Radio Bullets, che ascolto con minore costanza di quanto merita, per vicende della Associazione.

E’ stata una lettura coinvolgente, che ha suscitato l’interesse verso una realtà che conosciamo e non conosciamo allo stesso tempo. Sarebbe interessante discuterne con lei in Libreria

Il caso ha voluto che il giorno dopo aver letto il libro (lo si legge in un giorno) ho letto il post che trascrivo sotto (ma invito a cercare Barbara Schiavulli sui social per seguirla). Già il libro racconta una vicenda se non vera, summa di tante storie vere che immagino abbia conosciuto. Subito dopo precipitiamo nella vicenda vera e drammatica di Nadima. Ecco che il nome collettivo se non un volto assume una consistenza individuale. E mentre io scrivo comodamente queste righe Nadima vede il buio chiudersi sul suo futuro, senza avere una seconda possibilità di giocarsi la vita come merita di essere vissuta.

Forse è stupido, mi rimane la curiosità di conoscere dentro i processi mentali, l’humus sociale e il retaggio culturale che muove il talebano per essere appunto talebano.

Se mi si chiedesse un parere, io suggerirei con convinzione di leggere questo piccolo ma “tosto” libro. Ne vale la pena.

“Voglio morire”, la voce spezzata dal pianto che ogni tanto si ferma per respirare. “Non ce la faccio più e se questa è la vita che mi aspetta, non voglio viverla. E sei troppo lontano per potermi fermare”.

Comincia così un pomeriggio assolato in una Roma sempre più calda con l’olezzo dolciastro dei rifiuti non raccolti, che ti entrano nelle narici se solo osi tenere le finestre aperte. Fa troppo caldo per pensare, troppo caldo per convincere una giovane ragazza sana che la vita merita di essere vissuta. Chi sono io per dare certezze a chi non ne ha? Non ho neanche la religione dalla mia parte e forse, proprio a lei non sarebbe neanche il caso di nominarla.

Nadima, non è il suo vero nome ma non ha nessuna importanza come si chiama, la conosco da molti anni, non mi ricordo neanche quando ci siamo incontrate, sicuramente durante un’intervista, più giovane di me, ma con quell’aria vissuta che hanno tutte le donne afghane che la vita non l’hanno mai attraversata, se la sono dovuta conquistare con le unghie e i denti negli ultimi vent’anni. La vedo attraverso il video whatsapp che accorcia le distanze come se non fosse a 6000 km di distanza. Mi sembra di poter allungare la mano per poterla toccare. Vorrei afferrarla e farla uscire dalla mia parte del telefono.

Mi dice che i suoi vogliono che si sposi, che non possono più vederla disperarsi dalla mattina alla sera, che appena avrà un figlio le sue giornate saranno così piene e nuove che tutto il resto non avrà importanza. I figli hanno il potere di diventare una priorità assoluta, cancellano i sogni di carriera, il desiderio di viaggiare, quei grilli nei capelli che parlano di vedere le amiche e andare fuori a fare una passeggiata. Il dono dei figli sono una dittatura sopportabile che ti strappa alla vita quando non ce l’hai.

Il problema è che Nadima non vuole figli. Ha studiato. Aveva un lavoro. E non si capacita. Non tanto di tutte le “regole contro” che sono state imposte a quelle del suo genere, ovvero femminile, ma della cosa più importante di tutte non si capacita e che ci rende umani. Il motivo per il quale il mondo ha fatto rivoluzioni, la ragione per la quale le donne hanno resistito, combattuto, lottato: la libertà di scegliere.

La schiavitù che sia familiare, religiosa o politica è uno dei mali assoluti. E capisco il dolore di Nadima che mi dice che non vedrà mai il mare, che non entrerà mai in cinema, o andrà ad un concerto o entrerà in una libreria per comprarsi un libro. Penso che niente di questo è veramente necessario per sopravvivere, ma sappiamo tutti quanto sia indispensabile per vivere. E queste donne, rinchiuse nelle loro stesse case sotto gli occhi di familiari preoccupati ma incapaci di reagire, si sentono perse. Abbandonate, tradite. Sole. “Posso dirlo solo a te. Altrimenti i miei mi chiudono in camera se sentono parlare di suicidio”. E io non sono contenta di essere la custode dei suoi brutti pensieri. Non ne sono lusingata per un solo attimo. Perché mi sembra di non riuscire a fare mai abbastanza, di essere in un paese libero, ma di non poter fare niente di utile, a parte parlare, scrivere, disturbare, usare la mia rabbia per rompere l’indifferenza e scoprire che questa è un mostro indistruttibile. Come le zanzare, ne ammazzi una, e ne arriverà sempre un’altra. Siamo entrambe combattenti di una battaglia persa? Lei lotta per vivere, io per far si che la gente sappia che lei sta lottando.

Le parlo indossando una canotta, pantaloncini, un velo di trucco e i capelli ricci al vento del ventilatore perché ho deciso che ieri non li volevo lisci. Lei è nella sua manica lunga, nei jeans, ma solo perché è in camera sua, con l’elettricità che va e viene. È contenta perché è riuscita il giorno prima a caricare il cellulare. Si può essere felici di una cellulare carico? Piange, e ogni lacrima mi spezza quel cuore che con certe persone ho dovuto fermare. Perché a volta mi sembra di non riuscire a far capire o trasmettere cosa stanno passando queste persone.

Dove una mela è gioia, dove una giornata senza sentire il rumore dei pickup della polizia talebana è meno ansia. Dove un fiore che spunta tra le piastrelle del cortile è una breaking news della famiglia. “Non si parla che di soldi, di come trovare da mangiare, di come trovare marito, di come trovare le medicine. Stiamo sempre a cercare qualcosa. Credimi, non ne posso più. Non è questa la vita che una persona dovrebbe fare, non dico essere liberi e ricchi, ma avere un attimo di tregua. Pensate che la guerra sia finita? Ne è cominciata una ben peggiore e ci sta mangiando dentro. Sento i miei organi morire, sento la mia anima sbriciolarsi, sento la vista offuscarsi e il cervello smettere di funzionare. Sono un’insegnate, avrei dovuto ispirare le giovani ragazze e invece non riesco neanche a convincere me stessa”.

Le dico che tanta gente sta parlando di Afghanistan, sta cercando di svegliare le persone, ma che ci vuole tempo, e lei deve resistere fino a che quel momento arriverà. “Sei mesi? Un anno? Cinque anni? Devo fare bambini per distrarmi? Devo sposare un uomo per mangiare? Devo pulire la casa per tenere gli occhi impegnati e impedirmi di piangere dalla mattina alla sera? Che ho fatto di male per meritarmi questo? Che abbiamo fatto di male tutte noi?”. Anche i miei occhi si riempiono di lacrime, ma non cederò al suo dolore, dovrà cedere lei alla mia forza e attingervi.

Le dico che il mondo è fatto male, che ci sono persone che sono oppresse per il colore della pelle, perché vengono da altri paesi. Le dico che qui chi fugge da un paese in guerra, finisce in prigione. Persone uccise per la loro religione o la loro simpatia politica. Ma niente la consola. Come potrebbe? Provo a dirle che anche se nessuno le aiuterà, dovranno trovare la forza per resistere, lottare. Mi sento stupida mentre lo dico, ma so che è vero. Sono sole. Ma sono sane, forti, intelligenti, e disperate. E la voglia di morire per liberarsi dalla prigionia devono trasformale in lotta.

Tutto quello che c’era da prendere in Afghanistan, l’Occidente lo ha depredato, il resto lo sta prendendo chi è rimasto. E sappiamo bene che mai le persone sono sul piatto della bilancia di un mondo di uomini che fanno solo i loro interessi. Le guerre non si fanno per salvare le persone. La pace lo fa. Ma che glielo dico a fare a Nadima? Che ha solo fame e voglia di essere libera.

Le racconto la favola della bella addormentata nel bosco, riveduta e corretta, le dico che deve entrare in standby, congelare la mente e il cuore e andare avanti per inerzia. Che prima o poi qualcosa succederà, magari una pandemia, un cataclisma, un’altra guerra. “Devo sperare nel peggio per liberarmi?”. L’importante è che non smetti di sperare, amica mia.

E cade la linea: batteria finita.

L'IMPERO INTERROTTO_ di Michael Schuman

 L'IMPERO INTERROTTO_ di Michael Schuman 

Giada Messetti ci spiega che gli intellettuali e i decisori cinesi leggono le opere dei pensatori dell’Occidente, mentre noi (inteso in senso generale) non leggiamo le opere dei cinesi. Esiste probabilmente un dislivello di conoscenza. E nel lato più basso, dove manca la conoscenza, il vuoto può essere riempito dagli stereotipi. A vantaggio di chi si impegna per conoscere scientificamente. Un libro come questo, L’IMPERO INTERROTTO. LA STORIA DEL MONDO VISTA DALLA CINA, scritto da Michael Schuman (non uno storico, bensì un giornalista e studioso di Relazioni Internazionali) probabilmente si pone a metà strada. Non conosco l’autore, ma vedo che pubblica con UTET e collabora con ISPI (oltre a un serie di importanti giornali anglosassoni) e quindi credo che la fiducia sia ben riposta. Tra l’altro leggo che il titolo in inglese è “Superpower Interrupted: The Chinese History of the World”, con il termine Superpotenza e non Impero (forse a noi italiani piace di più impero. Per curiosità sono andato a vedere se in inglese l’altro libro che sto leggendo L’ARCO DELL’IMPERO di Qiao Liang avesse un altro titolo, ma invece in questo caso anche in inglese si usa la parola Impero)



Torniamo al libro di Schuman. Lo ho trovato, in entrambe le letture (l’ho letto due volte) un libro ben fatto (per quanto possa valere il mio banale giudizio), interessante, abbastanza divulgativo da poter essere affrontato da lettori come me, e stimolante. Oh, sia chiaro, alla fine si fa un po’ di confusione tra Qing, Tang, Manciù, Shang e tutti i popoli che hanno combattuto, governato, invaso, o sono stati sterminati nel corso dei millenni (perché una cosa emerge, l’entità Cina, con le sue diverse vicissitudini, mi sembra detenga il primato di longevità, superando anche una potenza come la Chiesa Cristiana poi diventata Cattolica).

Ma non serve per superare un esame di storia; lo scopo riuscito del libro è di consentirci di cercare di guardare con lo sguardo dell’altro, vedere e capire che non deteniamo solo noi la penna con cui si scrive la Storia (perlomeno possiamo farlo con molti, ma non con i cinesi di sicuro). Si accompagna molto bene all’altro libro che ho appena letto sulle Guerre dell’Oppio. Credo sia non solo una operazione stimolante intellettualmente scoprire e confrontarsi con un’altra narrazione, capire che il mondo era complesso anche quando non era conosciuto, che i retaggi sono molti e diversi e persistono soprattutto in storie che possono rivendicare una continuità (e quindi quanto possa essere scritto nella carne di chi subisce eventi epocali come Il secolo delle Umiliazioni e la Rivoluzione Culturale) e condizionano e formano il pensiero attuale. Dovremmo saperlo noi che ci rifacciamo all’Illuminismo e alla Rivoluzione Scientifica per motivare i nostri valori.

Mi sembra che proprio per questo aiuto ad aprire lo sguardo (che all’inizio abbiamo detto già essere reciproco – poi se fatto per aumentare il rispetto reciproco o per trovare punti deboli per suscitare crisi è un altro discorso) la lettura di questo libro, per molti versi appassionante, sia particolarmente consigliabile.

Di seguito l'incipit dell'abstract usato dai sistemi bibliotecari per presentare il libro

La storia del mondo che studiamo a scuola inizia con i grandi popoli antichi, fiorisce con l'antica Grecia, Roma, Alessandro Magno. Trascolora con la fine dell'impero, il Medioevo e il Rinascimento e tutto quello che ne è conseguito: conosciamo benissimo le lotte secolari dei regni e degli imperi europei e la grande epoca delle scoperte, quando imparammo che la Terra era molto grande, persino più grande di quanto ci aveva insegnato Marco Polo incontrando in Cina il maestoso Oriente. Proprio la Cina ci invita a rovesciare questo nostro sguardo: fino all'arrivo di Marco Polo per noi è di fatto ininfluente, e in qualche modo resterà periferica nei secoli a venire, spuntando fuori ogni tanto nelle guerre e nelle interazioni con gli interessi occidentali. Eppure, quella cinese è la storia millenaria di un paese grande quanto un continente, di dinastie, battaglie epiche, leader politici influenti e ideologie che hanno cambiato il corso degli eventi più di quanto noi europei vogliamo ammettere.

martedì 1 agosto 2023

UN UOMO DI POCHE PAROLE_ di Carlo Greppi

 UN UOMO DI POCHE PAROLE_ di Carlo Greppi

Sentivo che c’era un collegamento che mi sfuggiva mentre leggevo questo libro importante e interessante di Carlo Greppi sulla vita di Lorenzo Perrone, l’uomo che “salvò” (letteralmente) Primo Levi fornendogli per un lungo periodo un cibo supplementare che lo aiutò a sopravvivere.

Poi finalmente la lampadina si è accesa.

Prima di svelare il collegamento, devo fare una ammissione. La mia conoscenza di Primo Levi, il mio approccio alla sua opera (ponderosa, Greppi scrive che sono più di 4000 pagine) è così lacunosa, che di Perrone prima di questo meritorio libro non avevo conoscenza.

E il colmare questa mia colpevole lacuna è già motivo di ringraziamento per Greppi che ha scritto questo libro non facile e non scontato. Ma c’è altro, si va oltre.

E vengo al collegamento, mi piace pensare che sia uno degli scopi per il quale Greppi ha scritto il libro, e nasce dalla domanda sul perché uno fa del bene gratuitamente, opta per una scelta rischiosa o costosa trovando la motivazione per farla nella scelta stessa che legge il contesto in cui si esplicita.

Anche quando può sembrare controintuitiva, apparentemente contraddittoria con le condizioni e il retaggio con cui si convive.

Il collegamento è con un libro che ho appena letto, un libro che ho apprezzato moltissimo: TEMPESTA, di Camilla Ghiotto.

Renzo Ghiotto il padre di Camilla nato e cresciuto nel fascismo prende le armi e sale in montagna per combattere per la democrazia che non ha mai sperimentato. Lorenzo Perrone si trova da Lavoratore volontario di fronte il prigioniero destinato a morire di consunzione ad Auschwitz e per un lungo periodo gli porta una gamella di zuppa di nascosto.

Renzo e Lorenzo (due persone diversissime, ma evidentemente accomunate non solo dalla similitudine del nome) fanno una scelta controintuitiva, rischiosa, gratuita.

In una intervista a Greppi viene chiesto perché Lorenzo sceglie di fare la cosa giusta. Risponde: “Voglio credere e sono convinto del fatto che la nostra capacità di determinarci sia molto più forte del patrimonio genetico e persino del contesto che forma il nostro carattere. Lorenzo sembrava un predestinato ad incattivirsi. Ma questo è il messaggio: la scelta ce l’hai sempre, indipendentemente da chi sei e dal contesto in cui ti trovi. Quella scintilla può nascere in chiunque, perché tutti ce l’abbiamo dentro”. Questa scintilla Renzo Ghiotto kantianamente la chiamava “la legge morale dentro di sé”.

 Ecco il collegamento che mi è venuto finalmente in mente finito il libro.

Ci sono altri spunti di riflessione molto profondi in un libro che non mi sembra semplice e che richiede una buona dose di attenzione per cogliere tutto ciò che offre. Mi sembra che, per la sentita partecipazione alla vicenda, e alla ricerca, che Greppi mette in questo libro, che i protagonisti siano tre, Perrone ovviamente e pure ovviamente anche Levi, ma pure Greppi stesso, che racconta la sua ricerca soprattutto nelle parti dove finisce in un vicolo chiuso, dove lo scavo non porta da nessuna parte. Non so, sbaglierò, ma non mi sembra mania di protagonismo, quanto la sottolineatura della tendenza a sparire nel nulla, all’oblio, la storia della gente minuta anche quando compie gesti clamorosamente grandi.

Un altro spunto che mi ha colpito è tratto da Levi stesso, che trova nel gesto di Perrone la possibilità di tornare ad aver fiducia nell’uomo.

E infine, forse debordo, mi viene da triangolare nel pensiero tra chi ha compiuto tanto male e, scampando dal giudizio umano, probabilmente vive bene il resto dei suoi giorni, tra chi ha sofferto tanto male e non si è ripreso più (Amery, forse Levi stesso), e chi, come sembra dire la storia di Perrone, ha visto il male  e ha perso la voglia di vivere.

Concludo dicendo che è un libro da leggere e sul quale sarebbe bello poterne discutere in libreria con Greppi, molti ne trarrebbero beneficio.

mercoledì 26 luglio 2023

CANTO DELLA PIANURA _ di Kent Haruf

 CANTO DELLA PIANURA _ di Kent Haruf

Con questo penso che immersione felice nelle storie di Kent Haruf avrà una temporanea fine. Perché altri libri, altrettanto appassionanti anche se di diverso contenuto mi aspettano da tempo - in questi giorni non riuscivo quasi a leggere altro e loro sono rimasti in ordine ad attendermi (chi è più paziente di un libro?) - e anche perché proprio l'entusiasmo, direi l'innamoramento, verso un autore ha la necessità di un periodo di decantazione, di allontanamento per poter rielaborare nel subconscio quanto si è "ingurgitato" con famelica passione  per far tornare in qualche angolo della mente predisposta all'uopo i momenti, le pagine, i particolari, i personaggi,  per scoprire anche difetti, avere una visione più critica, e suscitare quella nostalgia che magari ti fa riprendere le pagine, gustandole con minor fretta una seconda volta, scoprendo quindi qualche aspetto nuovo, qualche particolare sfuggito, qualche gemma che non ha brillato abbastanza nella prima lettura.

Anche questo libro non ha tradito. Mi è sembrato leggermente differente dagli altri, forse per la struttura che ricorda una piazza alla quale adducono vie diverse, che a volte si incrociano ma che proseguono ciascuna un proprio percorso prima della congiunzione finale. Anche l'esito è differente, non voglio togliere nessuna scoperta a chi non lo ha ancora letto, e quindi mi taccio su questo. I personaggi mi sembrano più "tipi" - ma non stereotipi - rispetto agli altri che ho letto. Sono personaggi belli nella loro imperfezione, nei loro drammi, anche quelli più duri sono vicende e drammi nei quali ci si può riconoscere anche se non si sono vissuti, fortunatamente, di simili perché appunto non eccessivi, direi verosimili.

La scrittura è sempre affascinante e così poeticamente semplice che invidio Haruf per il suo talento.

Un libro, nella mia limitatissima valutazione,  decisamente consigliato.

lunedì 24 luglio 2023

LE NOSTRE ANIME DI NOTTE di Kent Haruf

 LE NOSTRE ANIME DI NOTTE di Kent Haruf



Leggere immediatamente dopo il primo, Benedizione, un altro libro di Kent Haruf ( l'ultimo libro pubblicato postumo) stimola il piacere di ritrovare la scrittura asciutta e intensa che ha accompagnato nella lettura del primo. Non c'è più l'effetto meraviglia che ho provato gustando come una continua scoperta la prima volta che ho letto questo autore. Sentivo l'aspettativa di ritrovare lo stile, i dialoghi, le precise descrizioni mai ridondanti, lo stimolo ad immaginare Holt senza riuscirci (la nostra esperienza dell'Ovest è stata troppo breve e percorsa troppo velocemente per poter memorizzare una ipotetica cittadina di quelle lande). Sapevo che avrei goduto del racconto anche se un piccolo tarlo mi rodeva. Quando leggo un libro che mi entusiasma ho sempre timore di non trovare lo stesso livello di narrazione e di scrittura in secondo libro dello stesso autore (faccio un esempio: dopo aver letto Patria ho fatto molto fatica con I rondoni).

E' stato un timore infondato. Certo io non sono così sofisticato da sapere discernere con una critica analitica la possibile differente qualità dei diversi libri.

E allora molto semplicemente scrivo che LE NOSTRE ANIME DI NOTTE mi è piaciuto molto. La vicenda particolare, scandalosa forse per la pianura americana, la cintura della Bibbia, ma che da noi sarebbe vista con molta benevolenza e affetto, di Addie Moore e Louis Waters è insieme strana e realistica. Seguendo l'evolversi ci appare quasi naturale. 

Non so come spiegare, ammiro in Haruf la capacità di calare la vicenda che narra nella vita concreta e verosimile di persone normali. Leggo questo libro formato in una cultura europea laica e illuminista che è sicuramente molto diversa dall'humus culturale nel quale crescono personaggi dell'America profonda, quindi posso avere una sorta di pregiudizio. Però sento vicine quelle persone, quelle esperienze, quelle scelte. Mi sembra che sappia scavare oltre lo stereotipo con il quale a volte immaginiamo quel mondo, e vediamo emergere le persone che hanno desideri, dolori, fanno errori, fanno male a chi sta vicino e subiscono male da chi sta vicino, comunicano e non comunicano, appartengono a un microcosmo e all'umanità. E, per me una delle caratteristiche grandi di Haruf, tutto narrato con una scrittura asciutta, senza eccessi, senza patetismi, senza caricare le situazioni di emozioni più grandi della realtà. Forse i giovani scrittori che abbiamo conosciuto una riflessione sullo stile di Haruf la dovrebbero fare (la dovrebbero fare anche famosi giallisti che fanno dell'eccesso emotivo lo stile narrativo che li rende abbastanza tutti uguali)

Questo è il libro di Haruf che discuteremo nel gruppo di lettura il 26 settembre, mi sembra sia stata un'ottima scelta.

sabato 22 luglio 2023

BENEDIZIONE di Kent HARUF

 BENEDIZIONE di Kent HARUF



Non smetterò mai di essere grato al gruppo di lettura della associazione Amici del Gabbiano di Trezzo. Da cinque anni la frequentazione di questo gruppo mi ha consentito di scoprire autori straordinari che non conoscevo e che di mia sponte non avrei frequentato. Seguendo passo a passo le proposte ho potuto, anche in tarda età, godere della lettura di, non esito a definirli tali, veri e propri capolavori. Opere finissime e pregnanti che rendono IL LIBRO, lo scrive e il leggere una delle attività più importanti, forse come dice Irene Vallejo la più importante, della storia dell'umanità. Tra l'altro INTERNAZIONALE di questa settimana dedica la sua copertina a L'INVENZIONE DELLA SCRITTURA. "E' una delle innovazioni più geniali della storia dell'umanità. Cosa bisogna fare per garantirle un futuro".

Prima della pausa estiva il gruppo di lettura ha deciso, grazie all'amica che lo ha suggerito, di leggere per l'incontro di fine settembre, LE NOSTRE ANIME DI NOTTE di Kent Haruf. Stimolato dal lungo periodo di attesa ho preso un po' di libri di Haruf per conoscere l'autore e nell'attesa di leggere questo citato, ora lo sta leggendo Antonella, ho letto BENEDIZIONE. Che gran libro. Come al solito mi dispiaccio per non avere il vocabolario e gli strumenti di analisi per dire perché è un libro bello e scritto benissimo. Posso solo dire che ho apprezzato ogni pagina, ogni scena, ogni dialogo. La storia è semplice: l'ultima estate di un uomo del Colorado, di questa mitica cittadina di Holt, che sta morendo di cancro, ed è amorevolmente accudito dalla moglie (una coppia tenera e affiatata) e dalla figlia. Attorno si muovono figure che compongono parte della comunità. In questa vicenda apparentemente dolorosa ma banale il microcosmo attorno al protagonista, e il protagonista stesso, vivono drammi passati, disagi presenti e la loro difficoltà di vivere. Non è importante la trama, che anzi va gustata man mano che si sviluppa senza sapere troppo prima. Ciò che affascina e rapisce è la profondità dello scavo di Haruf in ciascun personaggio, con una scrittura delicata e scevra da qualsiasi eccesso. Tutto ciò che compone una vita umana personale e di relazione è compreso nelle vicende dei personaggi (violenza, sesso, amicizia, rettitudine, amore, tradimento, inadeguatezza, conformismo, durezza, generosità, depressione, incapacità di comprendere, di dare una seconda possibilità, di accettare l'altro, l'incomunicabilità tra padri e figli, i rimpianti di ciò che non si può recuperare), è narrato senza compiacersi in eccessi ma (come si legge nella presentazione) "senza mai alzare la voce, intrattenendo una conversazione intima con il lettore che ha il tocco della poesia"

venerdì 14 luglio 2023

LE GUERRE DELL'OPPIO di Sergio Valzania

 LE GUERRE DELL'OPPIO  di Sergio Valzania



Il 18 ottobre 1860 sotto il comando di Lord Elgin, plenipotenziario della corona inglese, le truppe anglo francesi distrussero per vendetta il Yuan Ming Yuan (la residenza estiva dell'imperatore cinese) depredandolo. 

Lord Elgin figlio di tanto padre. Il precedente Lord Elgin fu colui che depredò il Partenone dei marmi che oggi sono al British Museum.

Torniamo allo Yuan Ming Yuan. Si trovano in rete le motivazioni perché i resti del palazzo non vengono restaurati per scelta del governo cinese: essi sono una ammonizione ai cinesi su cosa è accaduto loro, nel secolo delle umiliazioni, quando non erano vigili e pronti a reagire per difendere l'integrità della Cina. 

La violenza perpetrata dalle potenze imperialiste dell'epoca, succedute alle azioni della Compagnia delle Indie Orientali, sono commesse per pura avidità e sono ingiustificabili, ma, come si legge anche nel bel libro di Valzania, l'incapacità del governo imperiale cinese nell'uscire da un inutile e improvvido isolamento tecnologico e politico è concausa delle sofferenze subite dai cinesi. Non c'è scelta se si è attaccati, o si è in grado di resistere e reagire o si soccombe anche nella ragione e in sfregio ad ogni diritto.

A me questo libro è piaciuto, mi è sembrato proporre un giusto equilibrio tra analisi storica e divulgazione, la dettagliata descrizione degli avvenimenti e la loro spiegazione ha consentito di realizzare un'opera che è comprensibile anche da un lettore medio.

Ho trovato particolarmente interessante il momento storico analizzato, un buon modo per iniziare a sviluppare un percorso di conoscenza e di studio del far east, del vero centro del mondo odierno. Se è vero che il mondo è interconnesso (anche se si legge che la globalizzazione viene smontata a favore di legami tra amici e libri come Connectography di Parag Khanna appaiono lontanissimi e messi in dubbio -ed è solo del 2016), quello che serve è capire come si legano i fili della interconnessione, dove questi fili sono più tesi e sotto pressione, e soprattutto dove ci sono le mani che li tirano. E a mio avviso la Cina, e tutto il far east sono un centro nevralgico da conoscere e capire oltre gli stereotipi. Ci sono molti bravi giornalisti e scrittori, Giada Messetti, Giulia Pompili, Simone Pieranni, Alessandro Aresu, Alessandra Colarizi, Lorenzo Lamperti che ci aiutano a capire meglio quella realtà odierna, e tutti mi sembra ci aiutano a comprendere come eventi storici che con il nostro sguardo possiamo vedere lontano, male o trascurare, per loro sono centrali. Ecco quindi l'importanza per esempio di conoscere meglio un momento importantissimo come le guerre dell'oppio, i trattati ineguali, il secolo dell'umiliazione. Si può capire un po' di più la Cina di oggi conoscendo meglio la Cina di ieri. E questo bel libro è un valido aiuto. 

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