I MORTI DEGLI ALTRI. di Marco Aime e Federico Faloppa
Questo è un libro molto interessante e utile per assumere strumenti di conoscenza utili per leggere la realtà relazionale nella quale siamo immersi quotidianamente e decifrare comportamenti che probabilmente per la costanza e la reiterizzazione nell'essere messi in campo ci possono sembrare "normali"
Se per normali intendiamo la abitudine e la sottomissione ad essi, beh, lo sono; se alziamo lo sguardo immaginando una umanità che "è" nell'essere emapitica e in relazione con gli altri nel loro semplice essere compartecipi con noi nella storia del mondo, allora forse normale non lo sono, forse sono normalizzati.
La parola forte di questo libro a mio avviso non è I MORTI, bensì la parola ALTRI.
La questione analizzata con competenza (io sono un semplice e poco competente fruitore, il mio giudizio non ha molta rilevanza, però mi è apparso che il ragionamento fosse razionale e coerente) è legata alla analisi della "alterizzazione" nella relazione tra persone (othering).
L'ho trovata molto incentrata sulla "alterizzazione" da parte di noi "occidentali" verso chi non è compreso in questa classificazione, ma ho l'impressione che tutti i popoli -se posso usare brutalmente questo termine per semplificazione- abbiano il loro bias alterizzante (probabilmente la virulenza della espressione di questo bias dipende dai rapporti di forza e di possesso degli strumenti di comunicazione).
Tre citazioni che credo possano ben rappresentare il messaggio (importante su cui riflettere e a mio avviso pienamente condivisibile) del libro
prima citazione
la superficie dell'essere umano, letteralmente: la sua pelle, è diventata la superficie del mondo, il confine di tutto.
seconda citazione
Processi di alterizzazione sarebbero oggi così normali, e così diffusi, ormai, da far dire all'opinionista del Guardian John A. Power che uno dei problemi più evidenti del XXI secolo è proprio quello dell’ othering. perché se la distinzione tra un noi è un loro, fra ciò che è virtuoso e ciò che è nocivo, tra ciò che si conosce e ciò che non si conosce e quindi si teme, è vecchio come il mondo, tanto da essere viste come un prius antropologico, l'othering fornisce anche una cornice ai processi che hanno fatto diventare ineguaglianza e marginalità sempre più pregnanti, e che hanno naturalizzato l'inferiorità del gruppo alterizzato (ad esempio, razzializzandolo). E la fornisce anche in assenza dell'altro reale: ciò che conta è la costruzione, la percezione, l'immaginario, su cui fondare il rapporto con la realtà. ma, e questa è la differenza sostanziale tra i due esempi fatti in precedenza, l’othering in quanto processo non sarebbe possibile senza un impianto di norme, di leggi, di meccanismi - certamente istituzionali e, oggi, mediatici, ma anche simbolici - di discriminazione, di esclusione, di legittimizzazione del processo stesso. l’othering ha infatti bisogno di un impianto retorico che sostenga, e al tempo stesso celi, la manipolazione dell'opinione pubblica. Si basa, ormai lo sappiamo, su bias cognitivi, iscritti biologicamente nelle aree del nostro cervello, fondati su stereotipi e pregiudizi. Ma fa credere che questi bias siano oggettivi, strutturandoli all'interno di un sistema di policy, leggi, rappresentazioni, credenze culturalmente accettate, pratiche discorsive (come quella dell'ingiustizie discorsiva) costruito da alcuni attori sociali capaci di definire e normalizzare lo stesso processo, e perfino di far dimenticare qualsiasi rapporto con l'altro che si sta alterizzando.
terza citazione
La professoressa Vanessa Maher faceva fare ai suoi studenti di Antropologia un esercizio illuminante, che consisteva nel tracciare su un foglio di carta e alcuni cerchi concentrici. quello centrale indicava il luogo dove si viveva, il secondo luoghi a una ventina di chilometri, il terzo a un centinaio, e così via con distanze sempre maggiori. in meno di un minuto bisognava poi scrivere in ogni cerchio un episodio che veniva veramente relativo a quelle distanze. Il risultato è che si tende sempre a indicare cose positive nella nostra zona, mentre via via che ci si allontana, le cose sembrano diventare progressivamente negative. Quel gioco mette in luce un certo inevitabile etnocentrismo che ci portiamo dentro e inoltre questo atteggiamento sembra avere uno sviluppo concentrico. Più ci si allontana da noi più le cose sono negative, così come il senso di appartenenza si dissolve via via che la distanza fisico-culturale cresce, fino quasi a scomparire.





