domenica 9 luglio 2023

SATOSHI YAGISAWA _ I MIEI GIORNI ALLA LIBRERIA MORISAKI

 

SATOSHI YAGISAWA

I MIEI GIORNI ALLA LIBRERIA MORISAKI



Mi capita, con rara frequenza, di leggere romanzi giapponesi, di diversa qualità e di diverso stile. Lo faccio spinto dalla curiosità (anche stimolata dalla fama che alcuni hanno raggiunto, e dal lancio di cui godono sugli inserti dei giornali o in alcune trasmissioni radio) e lo faccio perché sono notoriamente affascinato dal Giappone (una fascinazione più superficiale che per approfondita conoscenza).

Ho voluto leggere questo “i miei giorni alla libreria Morisaki”. Bello, letto con piacere. Ma rimasto nello strato di un bel paio di giorni in compagnia di una storia e di una protagonista con la quale si è entrati in simpatia e si è salutata senza nostalgia quando ci siamo lasciati.

Non è banale, un libro nel quale la terapia alla depressione che in diverse fasi della vita colpisce i protagonisti sono i libri e le libreria non può mai essere banale. In questo particolarmente sono i libri usati, vecchi, che conservano le tracce (i fiori secchi trovati tra le pagine) di storie precedenti. Non vorrei essere irrispettoso, ma le mie vecchie targhe senza valore, graffiate e malmesse, hanno la stessa “storia” da raccontare, una vita precedente a quella che vivono con me, che una bellissima “mint” non avrebbe.

Cerco in questi libri l’esotico, il “giapponese” Non mancano in questo cibi e locali che sono riportati in originale, e poi spiegati nel glossario.  Ma la più peculiare descrizione del Giappone l’ho trovata quando, andando Takako (la protagonista io narrante) con la zia verso un santuario sui monti fuori Tokyo, sul bus incontrano dei bambini che tornano a casa da scuola da soli. Sono bambini delle elementari, di prima. Che abitano in altura e quindi devono muoversi con i bus per andare a scuola. Questa per me è l’immagine del Giappone (e a Hiroshima l’ho vista con i miei occhi) del tipo che cerco in questi libri.

Mi sembra che sia uscito un secondo libro di questa serie (un po’ come la serie di Toshikazu Kawaguchi). Sarà un ottimo libro, scritto bene, da leggere godendo del relax che sa offrire.

sabato 8 luglio 2023

CAMILLA GHIOTTO_ TEMPESTA. Non è mai troppo tardi per imparare ad essere figli, né per riannodare la memoria al presente.

 

CAMILLA GHIOTTO

TEMPESTA. Non è mai troppo tardi per imparare ad essere figli, né per riannodare la memoria al presente.

 


Non ho cultura e strumenti tecnici per scrivere con cognizione di causa e proprietà di questo libro di Camilla Ghiotto, eppure non resisto. Pur banali e confusi che siano,  desidero mettere su carta alcuni pensieri, che cercheranno di spiegare quanto questo libro mi abbia colpito, mi sia piaciuto, abbia il desiderio che le persone che amo lo leggano, e di quanta stima nutra per una giovane che ha quasi l’età dei miei figli.

Per un caso sono stato incaricato dalla associazione Amici del gabbiano di intervistare Camilla Ghiotto quando è stata ospite nella nostra libreria Il gabbiano a Trezzo. Ho quindi diligentemente letto il libro, ringraziando il caso, man mano che lo leggevo, che mi ha fatto prendere questo incarico. Magari senza di esso non avrei avuto la curiosità di leggerlo. Come non hanno avuto la curiosità in molti di venire ad ascoltare la presentazione e a scegliere di leggere il libro. Parafrasando il sottotitolo, non è mai troppo tardi, il libro in libreria c’è, e su you tube si può ascoltare Camilla parlare del suo libro.

Paradossalmente credo che se il titolo è un omaggio al padre, comandante Partigiano con quel nome di battaglia, le due frasi di sottotitolo siano il più sintetico ma più preciso riassunto del libro, la traccia che il racconto di Camilla Ghiotto segue nel suo percorso di crescita come figlia (che parte con un “non gli ho mai fatto le domande giuste… vorrei che la morte smettesse di essere irreversibile”) e come cittadina che ha un doppio esito, in un bellissimo dialogo con Tommaso e con un intervento pubblico che invito a raggiungere quasi al termine di circa 300 pagine necessarie.

La doppia trama, il racconto di Camilla che inizia dalla morte del padre (ricordiamo perché importante, di 75 anni più vecchio di lei) e che è intercalato dalle pagine intense ma scevre da ogni retorica eroica del manoscritto del padre Partigiano, è indovinata. Direi che è in dialogo tra Camilla e il padre. Un dialogo che ci accompagna, che comprendiamo, con domande che sono le nostre domande (anche per me che anagraficamente sono della generazione della mamma di Camilla) e che sono comunque parte di quella Italia liberata da chi, come il Renzo Ghiotto – nato nel fascismo, educato nel fascismo, formato nel fascismo – ha sentito dentro di sé la legge morale e ha saputo scegliere, e mettersi a repentaglio, per qualcosa che non aveva mai conosciuto, la democrazia.

È un racconto di formazione, è un romanzo civile, è la storia di una persona che è consapevole che le occasioni si perdono e non si possono recuperare, ma che accetta questo limite e scopre che, come dicevamo, non è mai tardi per imparare a essere figli. E questo vale per tutti, anche per anziani che ricordano ciò che non c’è stato con i loro genitori.

Ma, e questo a mio avviso è un pregio, con una scrittura che emoziona, commuove a volte, purtuttavia sempre rigorosa, non retorica e non patetica. Lucida. A me viene questo termine. Camilla Ghiotto è lucida anche nella sincerità nell’esporsi. Evitando l’eccesso consente al lettore di rimanere concentrato sul messaggio e contemporaneamente essere empatico con lei (poi mi piacerebbe sapere con che differenti gradi di empatia. A me anziano suscita una empatia che forse sarà diversa da un coetaneo o co-generazionale).

È, dicevo, un romanzo civile, perché il personaggio, i personaggi, non si muovono nei recinti delle loro problematiche, vivono nella realtà civile e politica. Comprendono che non esiste un relativismo politico, certe scelte hanno conseguenze che altre evitano. Sanno scegliere la veglia e non il sonno. E lo dicono, lo agiscono (se posso usare questa strana forma verbale). Camilla alza la testa, pensando a suo padre, e vede sopra di sé il cielo stellato, e sente dentro di sé la legge morale.

Ci sarebbero molte altre cose da dire, invito ad andare a cercare recensioni che sappiano spiegare meglio perché questo è un grande libro. A noi della associazione rimane il piacere di averla ospitata e a me personalmente l’onore di averla intervistata.

martedì 4 luglio 2023

ESSERE LUPO di Kerstin Ekman

 

ESSERE LUPO di Kerstin Ekman



Lo ammetto, ho due caratteristiche: una predilezione per l’esotico e una particolare attrazione per gli estremi ( l’estremo nord e l’estremo sud. Nordkapp e Ushuaia per spiegarsi. Spoiler. Quale è la cosa da fare prima di morire a cui tengo di più: sbarcare a Cabo de Hornos).

Discende da questa premessa una curiosità particolare verso molti libri Iperborea, e questo è compreso. Non tradisce, nella sua storia semplice e drammatica, le aspettative. Mi è piaciuto cogliere quegli aspetti della vita nella Svezia profonda, dove il clima – che pure mostra segni di cambiamento – incide sulla vita delle persone. I nonni che alle quattro del pomeriggio vanno a dormire tanto con la tormenta in atto cosa potevano fare (mi ha fatto tornare in mente quella sera a Trondheim quando, tanto pioveva, Antonella ed io non riuscimmo neppure ad uscire dalla Air Camping e rimanemmo a letto dal tardo pomeriggio fino al giorno dopo saltando la cena, e ascoltando la musica folk norvegese dalla radio dei vicini di piazzola). Oppure al contrario la lotta contro la luce continua della estate per riuscire a dormire. O ancora come ci si muova sempre con gli sci a portata per percorrere tratti innevati.

Ma questo libro non è ovviamente solo questo, non regala solo la soddisfazione del curioso che cerca, in questa triste epoca di uniformità dominante, ancora stralci di abitudini specifiche del luogo del romanzo.

E’ un libro profondo, bello, delicato, triste, consolante, duro.

E’ un libro da leggere con quella lentezza cui siamo indotti immaginando un paesaggio sommerso dalla neve come può essere il Grande Nord, in realtà sempre più sconvolto dal cambiamento climatico. Io ho il vizio di leggere velocemente (e più libri alla volta). Per cogliere la finezza della profondità umana di questo racconto di poco più di un anno di vita di Ulf, un anno fondamentale pur in età anziana, ho dovuto rileggerlo. Perché secondo me Ekman è bravissima nel condurre, narrando una storia familiare (che bella coppia con Inga, che lo stana quando non vuole pulire lo scaffale basso della libreria nelle pulizie di primavera e lo rimette in riga) nella quale si inserisce un dramma apparentemente minore, verso tematiche epocali. La visione di un lupo solitario e maestoso scatena, come un reagente, la crisi di Ulf. Non la solita crisi del maschio, di mezza o tarda età (che, sia detto, ne abbiamo abbastanza. E anche basta con queste “crisi del maschio”. Abbiamo anche altro da fare che entrare in crisi invecchiando, per esempio morire più lentamente!). No, la crisi di Ulf è quella di un essere vivente, essere umano,  dotato di parola e di capacità di nominare gli altri animali e le cose, di capacità di astrazione, inserito in un contesto di continua imperterrita antropizzazione della natura che lo circonda, trovando motivazioni giustificatrici per non porsi le vere domande sugli esiti del proprio intervento. E questo non in viale Lombardia a Trezzo o lungo la A4, ma nel mezzo della Svezia che noi immaginiamo, dalle nostre latitudini, essere in piena sintonia con una natura rigogliosa. Io trovo che queste riflessioni maturate da una persona che vive le problematiche della sua vita (compreso un infarto), a partire da un evento che non è vissuto come banale, ma come apertura di una valvola che libera un malessere che maturava nella sua coscienza, siano un punto di forza del libro, proprio nel non far discendere il sermone dalla montagna. La bellezza del personaggio di Ulf è che si lascia stupire, anche dopo una vita abbastanza lunga. Meglio: si lascia meravigliare. Ma la crisi di Ulf, che lo costringe e rimettere in discussione ataviche abitudini, (dirà, ricordando la sua vita da cacciatore: TUTTI quelli che ho ucciso, e non TUTTO quella che ho ucciso, come Inga gli fa notare) consuetudini apparentemente indiscutibili, scelte che ha compiuto in buona fede o per quieto vivere, lo mettono in contrasto anche con una società, quella del suo ambiente sociale, che non riesce a vedere oltre il semplice presente. Da italiano immerso in un individualismo tossico mi chiedo se questa capacità di Ulf e Inga di uscire dal conformismo, anche benefico, di una società come quella svedese possa essere un gesto di maggior forza di quanto possa capire io. Pensa Ulf: “ e forse, tra l’altro, siamo servi della gleba pure noi. Una sorta di bestiame di livello superiore, di proprietà di un potere che organizza tutto al meglio per il nostro benessere”.

Un gran bel libro infine, e sono contento che il gruppo di lettura della associazione Amici del gabbiano lo discuta il prossimo 11 luglio. Una scelta veramente azzeccata.

sabato 7 gennaio 2023

GABRIELE NISSIM: AUSCHWITZ NON FINISCE MAI. La memoria della Shoah e i nuovi genocidi.



GABRIELE NISSIM: AUSCHWITZ NON FINISCE MAI. La memoria della Shoah e i nuovi genocidi.

Per presentare quest'ultima opera di Gabriele Nissim, fondatore e presidente di GARIWO creatrice del Giardino dei Giusti a Milano, sarebbe stato sufficiente linkare una delle molte autorevoli recensioni che posso trovare sul sito web della associazione.

Queste mie parole non aggiungono nulla a quanto è stato detto di interessante a proposito di questo libro. Perché allora scriverne?

Perché è un libro bello, interessante, avvincente, stuzzicante e stimolante, oltre che fonte di conoscenza? Sì. Ma non solo.

E' la base di partenza del lettore e non dello scrittore che motiva questa scelta di condividere qualche pensiero sul libro

Bejski, Lemkin, la definizione della parola “genocidio”.

Quante novità mi si palesano nel corso della lettura.

La vastità non misurabile della mia ignoranza, pur giunto in tarda età, non mi stupisce ma, soprendentemente, neppure mi avvilisce. La vivo come una opportunità. Come un esploratore che mosso dalla curiosità non si stanca di fare un passo in più, di scoprire cose nuove, di apprendere.

Devo ringraziare il lavoro che l'associazione Amici del gabbiano (della libreria Il gabbiano di Trezzo) promuove, di ricerca e di studio. Partecipando al lavoro di questa associazione sono coinvolto in questa attività di studio e ricerca per la restituzione pubblica a chi vuole condividere.

La scelta della associazione per il 2023 di approfondire la conoscenza dei Giusti tra le nazioni nell'ambito delle iniziative per il Giorno della Memoria ci ha condotti a Gariwo, e di conseguenza a Nissim, e a cascata sul suo ultimo libro scritto, poi su libri di altri autori citati (per esempio Yehuda Bauer: Ripensare l'Olocausto, o Avraham Bug: Sconfiggere Hitler) e su altri libri scritti da Nissim stesso.

In “Auschwitz non finisce mai” Nissim parte da una domanda scomoda: sacralizzare il concetto di unicità della Shoah per non metterla mai in discussione per gli Ebrei è una trappola o un salvagente?

La Shoah ha caratteristiche di unicità ( come la decisa volontà di assassinare tutti gli ebrei in tutte le parti del mondo dove i nazisti avessero potuto dettare legge e avere il potere di farlo, per la sola colpa degli ebrei – citando la senatrice Segre- di essere nati), ma questo fatto non deve creare una gerarchia del dolore tra i genocidi che ci sono stati nella storia umani (prima e dopo la Shoah) o creare una separazione tra gli Ebrei e il resto della umanità

Cito: “il professor Yehuda Elkana ha scritto che dalla Shoah sono usciti due popoli. Una maggioranza che dice -questo non succederà più a noi-.Costoro monitorano costantemente l'antisemitismo nel mondo e le minacce nei confronti dello Stato ebraico. C'è invece una minoranza che dice – questo non succederà mai più- . Costoro ritengono che la prevenzione dell'odio e dei genocidi debba riguardare tutta l'umanità, non solo perché il male non colpisce soltanto gli ebrei ma perché gli ebrei fanno parte di tutta l'umanità.”

Non è un meccanismo esclusivo degli ebrei, appartiene ad altr popoli che hanno vissuto esperienze genocidarie, ma la vicenda della Shoah (e probabilmente l'essere Ebreo per Nissim) porta ad evidenziare questo rischio in particolare in questa occasione.

Mi sembra che si inscriva perfettamente in questo ragionamento inclusivo delle sofferenze della umanità e nella consapevolezza che la lotta contro i genocidi è una lotta comune, come illustrata nel libro, la vicenda di Gariwo che deriva dall'opera della commissione presso lo Yad Vashem per la creazione del giardino dei Giusti tra le Nazioni a Gerusalemme, soprattutto sotto la spinta di Moshe Bejski, ampliando tale risconosimento dalla memoria della Shoah a quella di tutte le persecuzioni.

In un certo senso naturalmente Nissim introduce nella seconda parte del libro la ricostruzione della figura di Raphael Lemkin (a me assolutamente sconosciuta prima della lettura di questo libro, come lo era la figura di Bejski), “inventore” del termine genocidio e fautore (con dedizione che suscita una grandissima ammirazione) della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio approvata nel 1948 all'ONU.

Credo di aver espresso con scarsa proprietà alcuni dei motivi per i quali credo che la opportunità di ascoltare e discutere con Gabriele Nissim a Trezzo il 19 gennaio in libreria Il gabbiano sia preziosa per il nostro ambito territoriale, e meriti di non essere persa.

Ma, indipendentemente dall'evento suggerito, questo libro è una lettura interessante e coinvolgente, scritta con passione, da leggere con curioso interesse.





venerdì 6 gennaio 2023

PAOLO GIORDANO. TASMANIA

 PAOLO GIORDANO. TASMANIA


Libro letto. Non so bene cosa scrivere. Mi aspettavo di più. Perché e cosa non saprei, non sono deluso ma neppure entusiasta. L'ho letto volentieri ma senza particolare trasporto, senza molta emozione. Ecco, direi che è uno specchio esatto di quanto mi ha trasmesso il libro, una storia di persone senza emozioni, non completamente apatiche ma neppure completamente vive, un po' polverose, un po' trascinate negli eventi, anche i personaggi meno piacevoli non brillano di negatività. Forse noi persone siamo così, forse è il nostro modo di vivacchiare questa vita. Forse le condizioni di benessere per essere nati dalla parte giusta del mondo e con il colore giusto della pelle ci consentono e ci condannano a vivacchiare. Non saprei. E' vero che la vita è un susseguirsi di azioni che se viste dalla luna potrebbero apparire senza un vero senso, ma in questo vivere costretto forse illudendoci troviamo piccoli attimi di felicità, per citare, mi sembra, un libro che voleva senza riuscirci molto essere divertente. O di commozione. Ecco forse alla fine il protagonista esce dal torpore trovando la risposta a perché scrive un libro sulla bomba atomica: "scrivo di ogni cosa che mi ha fatto piangere". Piangere è una delle rappresentazioni più umane che esistano.

Scrivevo che non ci sono personaggi che spiccano in questo libro. Non è vero. C'è un personaggio formidabile, ed è Lorenza, la moglie. L'ho trovata una figura umana straordinaria, e averla resa così, quasi tra le righe, senza calcare la mano in modo emozionale nella sua rappresentazione è a mio avviso un valore del libro di Giordano.

Dopo una operazione a un occhio (Paolo- è il nome del protagonista - aveva detto un tempo che scegliendo tra i cinque sensi avrebbe conservato l'udito, ma ora si ricrede, e ci sarebbe una discussione da fare sul significato della preferenza tra i due sensi) Lorenza gli dice "Non devi mai vergognarti con me. Mai. Perché nulla, assolutamente nulla di ciò che sei suscita la mia riprovazione" - e scusate la banalità ma questo è il senso della vita di coppia. Ho trovato questa frase il punto più alto del libro che pure contiene molte altre argute riflessioni.

Per esempio su come il discorso sui cambiamenti climatici non riesca a coinvolgerci veramente (e in questo caso penso a Elena Granata che verrà in libreria Il gabbiano a Trezzo a parlare della necessità di far innamorare anche i disattenti della cura dell'ambiente). 

Oppure di come la frase che pare scolpita nella pietra " I dati non mentono. Lo fanno, a volte, le persone. Ma i dati no, sono quel che sono e basta. Fornitemi delle misure accurate e io saprò dirvi la verità sul mondo", che è vera e indubitabile, ma che  mostra le crepe (come dimostrerà la vicenda umana di chi l'ha pronunciata) perché i dati non hanno voce, sono raccontati dalle persone (che a volte mentono, che a volte travisano, che a volte forniscono solo alcuni dati o li forniscono in modo surrettizio.

Insomma, è un buon libro, merita una seconda lettura tra qualche tempo, più lenta, più meditata, ma complessivamente per ora non mi ha entusiasmato. Lo consiglio perché sono sicuro che altri occhi e altre menti, leggendolo, potrebbero farmi notare elementi di valore e di grandezza che mi sono sfuggiti, in modo da poter modificare il mio giudizio.

martedì 3 gennaio 2023

 

BERNARDO ZANNONI

I MIEI STUPIDI INTENTI



Che strano bellissimo libro è questo.

Arrivo all’ultima pagina, chiudo il libro (così coinvolgente che per due mattine consecutive mi sono accorto all’ultimo momento che si stava avvicinando la fermata dove scendere dal bus) e mi si pone davanti un triangolo.

Un vertice è il preconcetto che si è incuneato nel nostro cervello, complici tutti coloro che da Esopo a Disney hanno reso protagonisti di vicende umanizzate gli animali, un secondo vertice dalla convinzione che se un autore scrive un romanzo qualche cosa vuole dire, il terzo vertice è che, incapace di scavare nel profondo per scoprire il messaggio dell’autore, applico mie categorie mentali per farmi dire ciò che voglio sentirmi dire dal racconto.

Forse un primo approccio corretto è quello di semplicemente godere di un romanzo scritto in stato di grazia. Un libro bello, semplicemente bello, bello e crudele, bello e spietato, bello senza alcuna edulcorazione di una vicenda che racconta sangue, dolore e tradimenti. Bello e basta.

Cosa vuole dire allora, oppure cosa capisco e interpreto io?

A me sembra che il succo del romanzo sia che, nell’economia della vita naturale della Terra siamo ininfluenti e casuali. La nostra presenza nel mondo non ha un vero significato, non c’eravamo, ci siamo, non ci saremo più. Per darci un po’ di sollievo ci costruiamo, immaginando, un significato che in realtà non esiste ma che ci consente di avere una speranza trascendente per quanto illusoria, e che è pronta a infrangersi contro lo scoglio della paura.

I tratti umani di questi animali, ciò che, felice intuizione, li fa emergere dal puro istinto, sono curiosamente la avidità, la sopraffazione, lo sfruttamento, l’imbroglio, la menzogna. Direi che è un romanzo che legge nel profondo la realtà umana.

La cultura, saper leggere e scrivere, serve per due motivi: sopraffare e illudersi. Mischiando le due cose come la storia umana ha mostrato nel corso dei secoli.

Si può eliminare gli ultimi 4 paragrafi sopra e fermarsi a quello precedente: è un libro molto bello, scritto molto bene e da leggere per il semplice piacere di leggere un bel libro.

(disclaimer) Tutto il resto potrebbe essere un fraintendimento delle intenzioni dello scrittore, in questo caso il fraintendimento è solo mio e debitore della mia lettura della vita e della storia dell’uomo.

domenica 12 giugno 2022

RAYNOR WINN_ IL SENTIERO DI SALE. Un libro bellissimo

 RAYNOR WINN_ IL SENTIERO DI SALE. Un libro bellissimo

Non ricordo quando mi sia capitato ultimamente di leggere un libro così emozionante, coinvolgente e commovente come questo di Raynor Winn intitolato IL SENTIERO DI SALE.


E' un diario di un momento drammatico della vita di Ray, la scrittrice, e suo marito Moth che ricevono la notizia che Moth ha una malattia incurabile, e, dopo pochi giorni, per una ingiustizia palese ma burocraticamente inoppugnabile, perdono la loro casa e si ritrovano senza nulla.

Prendono una decisione "senza senso". percorrere il South West Coast Path (in Inghilterra) per 1013 chilometri.

Il libro è il racconto di questo cammino. Detto così non si comprende. Dovrei dire che è la narrazione, in forma di capolavoro, di un viaggio nel territorio, nella vita, nel dolore e nella speranza.

Il dolore non è mai nascosto ma non è mai scritto in modo patetico, la gioia è narrata con asciuttezza ma il lettore è partecipe e si emoziona perché ormai è amico di Ray e Moth.

Avevo capito dalle prime righe che poteva essere un libro entusiasmante, pensavo: quando cederà e diventerà normale? Non lo è mai diventato. 

E' un libro da leggere. Per tutti, giovani e vecchi come me. Direi in particolare per chi ha un tetto certo sulla testa. E' un libro per coppie, perché raramente ho letto una storia di amore così forte, nella quale, forse con presunzione, mi ci sono ritrovato.

Due brevi citazioni:

"Eravamo sdraiati nella nostra tenda, appena fuori Lyme Regis, su in un posticino erboso, fra le nasse per le aragoste e gli chalet, e avevamo lasciato entrare la morte. E insieme alla morte venne la vita. Lentamente, i frammenti scheggiati, malridotti e perduti delle nostre esistenze tornarono a unirsi, come il mercurio."

"Moth sentì che doveva dirlo: "Quando arriverà ...la fine, vogio che tu mi faccia cremare"(...) " Perché voglio che tu mi conservi in una scatola, da qualche parte, e poi, quando morirari, i ragazzi potranno metterci dentro anche te, darci una scrollatina, e mandarci per la nostra strada, insieme. Mi ha turbato più di qualsiasi altra cosa il pensiero di noi due separati. Poi, potranno lasciarci andare sulla costa, nel vento, e noi troveremo l'orizzonte insieme".